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  I punti fermi dei movimenti e delle associazioni cattoliche: valori, famiglia, fisco e lavoro

Data di pubblicazione: Venerdì, 4 Gennaio 2013

RASSEGNA STAMPA :: I punti fermi dei movimenti e delle associazioni cattoliche: valori, famiglia, fisco e lavoro

Da "L'Avvenire" del 4/01/2013 a cura di Arturo Celletti e Marco Iasevoli.

Bene Comune: Il 10 gennaio torna a riunirsi il forum di Todi Organizzazioni ecclesiali e del mondo del lavoro insieme per indicare una piattaforma chiara a chi si candida per governare il Paese Centrali anche le riforme istituzionali, la libertà d’educazione, il protagonismo in politica della società civile e i tagli alla "casta" «Saremo vigili e partecipi»

«Ecco l’agenda del Paese reale»
I punti fermi dei movimenti e delle associazioni cattoliche: valori, famiglia, fisco e lavoro

Ora la politica riconosca il merito e il ruolo di chi, nel silenzio, ha difeso con tenacia lo Stato sociale, ha promosso le ricchezze negate del Paese e si è schierato, senza chiedere niente a nessuno, al fianco degli ultimi...». Salvatore Martinez lascia per qualche minuto un convegno su don Sturzo in corso a Caltagirone e, a voce alta, indica le priorità a chi da marzo prenderà tra le mani il timone dell’Italia.
«Si riparta dalla famiglia: non va considerata un costo sociale, ma un investimento per il futuro », ripete il leader di Rinnovamento nello Spirito che chiosa: «Lo si faccia con una fiscalità di vantaggio reale. Che aiuti le coppie che hanno come progetto quello di mettere al mondo dei figli».

Un confronto serrato
Sono giorni che i movimenti ecclesiali e le associazioni cattoliche del mondo del Lavoro si sentono, si confrontano, si interrogano. E ora provano a indicare sfide e obiettivi.
«Chi governerà, chiunque governerà, dovrà avere la forza di spostare l’azione dai conti alle persone», spiega Franco Miano. Il presidente dell’Azione cattolica conosce il Paese, le attese, le speranze: nell’ultimo anno ha girato l’Italia, ha incontrato giovani di ogni diocesi, ha cercato di capire. E ora, in un momento di pausa nella sua casa di Pomigliano d’Arco, prova a fare il punto: «Eravamo sull’orlo del baratro e la mission era una sola: concentrarsi sul rigore.
Ora, però, l’obbligo è ripartire dalle persone, dalle famiglie, dai giovani, dai nuovi poveri. Non si tratta di tornare all’assistenzialismo né di fare nuovo debito pubblico, ma di sbloccare la mobilità sociale, di puntare sull’istruzione, sull’educazione, di creare lavoro favorendo le iniziative imprenditoriali, le cooperative...». Senza dimenticare la «riforma delle istituzioni, della politica e della partecipazione, perché gli sprechi e la sfacciataggine della "casta" sono stati il vero pugno nell’occhio dei cittadini che hanno fatto e continuano a fare incredibili sacrifici».
E presto un documento del Consiglio nazionale di Ac presenterà quest’agenda «a tutte le forze politiche riformiste ed europeiste».

Un disegno che unisce
C’è un disegno che unisce. Martinez sembra quasi ripartire da dove si era interrotto Miano. Da un’analisi cruda della crisi e dall’esigenza di un cambio di passo.
«Serve uno Stato che sappia aiutare quell’imprenditoria capace di stare dalla parte degli ultimi e di ripartire dagli ultimi. Che sappia promuoverla, sostenerla. Con convenzioni, con accordi, con protocolli. La crisi ha creato un corto circuito forte, si è tagliato indistintamente, è stato sospeso quello che non doveva essere sospeso...
Ma ora va recuperato il dialogo tra lo Stato e la società civile, tra il pubblico e privato, ora bisogna solo ripartire». Una pausa leggera precede l’ennesimo messaggio: «Già, ripartire dal protagonismo dei nostri corpi intermedi protesi a difesa dello Stato sociale.
Nel tempo della crisi - ripete Martinez – hanno tenuto in piedi un pezzo di Paese che rischiava di naufragare drammaticamente.
Sono realtà vive che vanno difese».
è stato un momento duro e non c’è un solo colpevole. Ma non c’è nemmeno un prescelto per guidare la nuova fase. Perché come dice Martinez «questi sono messaggi destinati non a un candidato, ma a chiunque sarà chiamato a prendere per mano il Paese». Messaggi?
Priorità? Francesco Belletti, il presidente del Forum delle famiglie, parte dall’ultima offensiva fiscale del presidente Usa per reclamare nuova attenzione. «Obama ha considerato il fattore famiglia anche quando ha deciso di aumentare le tasse ai redditi superiori a 400mila dollari. Ha applicato un principio: chi ha più figli paga di meno. Ecco, il fattore-famiglia è un punto fermo nelle maggiori democrazia occidentali. Ma non in Italia».

Giustizia alla famiglia
è uno sfogo amaro dietro il quale prende forma un messaggio chiaro a chi vincerà le elezioni. è un invito a capire che la «riforma del fisco è una priorità assoluta». Belletti va al punto: «Non si tratta di alleggerire qualcosa qua e là, si tratta di restituire giustizia alla famiglia e alle persone che ne fanno parte. E questa riforma fiscale è la precondizione per tutte le altre politiche familiari: una vera sussidiarietà che metta al centro l’auto-organizzazione dei nuclei e l’impresa sociale abbattendo i costi della politica e della burocrazia, i servizi alle persone, la libertà educativa, la conciliazione lavorofamiglia, l’integrazione delle famiglie straniere». Indicazioni precise chiuse da un’ultima amara considerazione: «Purtroppo dobbiamo constatare che finora nessuna piattaforma programmatica mette a tema un fisco equo. Anche il piano nazionale per la famiglia del governo Monti ci ha deluso. è vero, ha spunti interessanti, è la prima volta che c’è un documento del genere... Ma l’assenza del fisco pesa. E noi saremo rigorosi: tutti quei principi dovranno tradursi in un crono-programma preciso e reso possibile da risorse certe».
Già, l’assenza di un intervento deciso sul carico delle tasse pesa.
Berhnard Scholz, il leader di Compagnia delle opere, non vede alternative: «Il sostegno alla crescita economica e alla famiglia deve essere realizzato attraverso una riforma fiscale sostanziale». E il "coraggio delle riforme" dovrà trovare declinazione anche in altri ambiti cruciali: nel sistema scolastico «attraverso una crescente autonomia di tutti i centri educativi e il riconoscimento del docente come professionista», nella pubblica amministrazione «con una sensibile riduzione dei suoi costi e l’introduzione di un’efficacia al livello degli standard europei ». E poi la riforma delle riforme, che riguarda il cuore della vita pubblica: «Occorre una netta distinzione tra partiti e istituzioni pubbliche in modo da eliminare i presupposti per qualsiasi tipo di clientelismo e corporativismo».
I riflettori sono puntati al 10 gennaio.
Quel giorno le associazioni del mondo del lavoro e i movimenti ecclesiali che hanno animato il Forum di Todi si vedranno a Roma. E Carlo Costalli, il leader del Movimento cristiano lavoratori, lavora con un solo obiettivo: creare una piattaforma condivisa.
C’è sintonia. C’è un percorso che unisce. E ci sono obiettivi comuni.
«La vita, la famiglia, la libertà di educazione...
Su questi saremo attenti, anzi intransigenti. Non lo chiediamo a Monti, lo chiediamo a tutti: sui valori non c’è trattativa, sui valori non faremo sconti a nessuno». Poi c’è il programma socio-economico. Costalli capisce il contesto di emergenza, valuta gli effetti di una crisi che ancora "morde", ma invita la politica a puntare «con coraggio» sulla sussidiarietà, sul non profit, sul pluralismo scolastico, sul ruolo della cooperazione. A scommettere sull’economia sociale di mercato che «va calata nella realtà italiana dove sono molto forti i corpi intermedi e dove il tessuto economico è fatto soprattutto di piccole e media imprese».

Ripensare lo Stato
Costalli è uno dei sette presidenti del Forum di Todi. Nella piattaforma ci sono anche Confartigianato, Cisl, Coldiretti, Acli, Compagnia delle Opere: corazzate con strutture e uomini. E c’è Confcooperative.
Luigi Marino, il presidente, "regala" un’analisi lucida e piazza paletti precisi: «Non ci sono politiche in due tempi. Risanamento e sviluppo ora devono procedere insieme». Un messaggio netto a cui collega indicazioni su come muoversi da qui in avanti.
«Bisognerà tornare a ragionare sulla ristrutturazione dello Stato: le province andranno eliminate, Regioni ed Enti locali dovranno accettare forti cure dimagranti senza fare demagogia sulla riduzione dei servizi». Poi c’è lo sviluppo.
«La strada maestra – spiega Marino – è usare la leva fiscale e le risorse arrivate dalla lotta all’evasione per far crescere le imprese.
Solo così si potrà creare occupazione e ricchezza; solo così si potranno ridurre le distanze tra Nord e Sud».

Il filo rosso delle grandi idee
Crisi economica e crisi morale procedono a braccetto. E non ci saranno ripresa e crescita senza una "rigenerazione" che ha a che fare con i valori. Paolo Floris, presidente dell’associazione "Identità cristiana" e membro del Cammino neocatecumenale ne è convinto: «Noi guarderemo con un’attenzione estrema allo spazio che i singoli programmi daranno ai valori non rinunciabili e alla Dottrina sociale della Chiesa». E non solo perché questi principi sono inscritti nella coscienza e nel diritto naturale. «La difesa della vita dal principio alla fine, la famiglia, la libertà d’educazione non sono solo obblighi morali. Si tratta – insiste Floris – di possibili soluzioni contro la crisi, di principi senza i quali è impossibile qualsiasi forma di giustizia sociale. La crisi, non dobbiamo dimenticarlo, è stata generata anche da un individualismo sfrenato. E ridurre questo grande patrimonio a puro fatto privato è un grave errore politico.
Al contrario, sono grandi idee che i cattolici offrono per il bene dell’intera società». C’è un filo rosso che unisce i grandi nodi finanziari con i bisogni degli ultimi e dei più deboli, la questione sociale con quella antropologica.
«Chi governa – affonda Lucio Romano, presidente di Scienza e vita, collegandosi idealmente a Floris – non può dimenticare gli articoli 2 e 3 della Carta costituzionale sulla dignità e inviolabilità della persona umana. In una buona comunità nessuno resta indietro, in una buona comunità si mettono al centro i bisogni di cura e vicinanza di chi si trova in condizioni di particolare vulnerabilità, come, per esempio, in stato di malattia o disabilità. Anche questo è educare alla democrazia, ad una convivenza matura dove nessuno è abbandonato perché "non guaribile"».

Apprensione e speranza
Questo "mondo dei fatti", preso tutto insieme, guarda con apprensione e speranza alla nuova fase politica. Ha capito che le risorse migliori del Paese devono impegnarsi in prima persona, senza delegare. E non è più intenzionato a fare sconti. Un primo banco di prova, per tutti, ci sarà tra pochi giorni, con la presentazione delle liste. Franco Miano mette in guardia: «Servono persone disinteressate, libere, appassionate al bene comune, capace di mettere al bando le lobby che hanno soffocato il Paese troppo a lungo». E Salvatore Martinez riprende, ancora più netto: «In tanti non si sentono più rappresentati. Chi sta scegliendo i candidati sia attento alla società civile. Si chieda chi ha maggiore capacità di interpretare gli interessi della gente, di tutta la gente. Guardi ai giovani e agli adulti, agli uomini e alle donne che hanno tenuto aperta la porta della speranza. Le scelte dall’alto non premieranno più».

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