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  MEZZOGIORNO

Data di pubblicazione: Lunedì, 18 Giugno 2012

FORUM REGIONALI / Forum Puglia :: MEZZOGIORNO

Sono circa trenta anni che il divario tra le regioni del Sud e del Centro Nord   rimane praticamente inalterato.

Ancora oggi il PIL pro capite delle regioni del Sud è il 68% della media nazionale, lo stesso degli anni 80.
La spiegazione che in genere si da a questo stato di fatto è che le risorse di origine Comunitaria, impiegate per colmare il gap con il centro nord, non sono state “aggiuntive” rispetto alla spesa che lo Stato avrebbe comunque dovuto sostenere. Somme non impiegate al Sud che hanno contribuito a realizzare investimenti nelle altre aree del Paese: tra il 1996 e il 2003 gli investimenti fissi lordi al Sud sono stati, in rapporto al PIL, solo di un punto percentuale superiori alla media nazionale, al lordo della spesa comunitaria.
In termini più dobbiamo sottolineare che il nostro è un Paese fermo, non solo perché cresce poco, (in media poco più dell’1% all’anno negli ultimi 15 anni) ma soprattutto perché non investe: il bilancio dello Stato è fatto per il 40% dalla spesa per produrre servizi pubblici, per il 30% da spesa per pensioni, dal 14% dalla spesa corrente, dal 9% da spesa per interessi sul debito pregresso e solo per il 6,8% per investimenti.
La storia dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno ci insegna che quando si è speso per realizzare investimenti in infrastrutture (per un breve ed unico periodo della nostra storia nazionale) si è riusciti a restringere la forbice dello sviluppo con il resto dell’Italia, ma che esso è fallito quando si è cercato di “finanziare lo sviluppo” attraverso i grandi insediamenti produttivi di Stato e la Legge 64 che premiava, discrezionalmente, gli investimenti dei privati.   
Il culmine del cattivo impiego delle risorse pubbliche si è avuto quando si è inteso trasformare gli interventi per il terremoto dell’Irpinia in occasione per attivare un meccanismo risarcitorio in favore di circoscritte zone arretrate del Sud, inseguendo un miraggio di industrializzazione diffusa in assenza di un qualsiasi contesto manifatturiero preesistente e delle necessarie infrastrutture di supporto.
Il risultato delle politiche di sostegno al Sud è stato che la spesa dello Stato si è progressivamente trasferita dalle infrastrutture ai consumi alimentando quello che semplicisticamente viene definito come un esproprio di ricchezza prodotta dalle regioni settentrionali per essere messa a disposizione di quella del Sud.
è innegabile che una classe politica fortemente interessata ad alimentare un rapporto clientelare con il proprio elettorato abbia reso possibile l’appropriazione di rendite improprie o di spese a carico degli organismi pubblici, ma è innegabile che un incremento delle capacità di spesa delle regioni Meridionali finisce per favorire i produttori del resto d’Italia.
Non è un caso che la bilancia dei pagamenti interregionali sia negativa per i territori del Mezzogiorno e largamente positiva per quelli del centro-nord: un circolo vizioso, evocato dalla similitudine con una pentola bucata che non si riempirà mai, ma che deve essere sempre ricordato a quanti non perdono occasione per sottolineare il “parassitismo del Sud”.
è necessario, dunque, affrontare complessivamente le politiche per il recupero di competitività del Paese, ponendo la “questione meridionale” tra gli elementi fondamentali per il rilancio del Paese.
Infatti, lo scenario che si profila sotto i nostri occhi è, oggi, di un Mezzogiorno che, a specchio del Paese, presenta asimmetrie nella crescita e nello sviluppo, tanto che si può parlare di una “pluralità di Mezzogiorni”: territori diversi caratterizzati da una scarsa reciproca solidarietà, come se la cura ai propri mali fosse da ricercare solo in ambiti territoriali ristretti.
Il vero collante tra le regioni del Sud deve, invece, scaturire in primo luogo da una rete di infrastrutture che rompa l’isolamento dei singoli territori e consenta di aprire una fase nuova di confronto e di crescita generata dalle relazioni fra l’intero Sud, il resto dell’Italia e l’Europa.

Gran parte del dibattito politico della legislatura in corso è stato incentrato sullo sforzo per una razionalizzazione della spesa attraverso un contenimento programmato dei fondi assegnati dallo Stato centrale ai livelli locali di Governo.
Il punto centrale del disegno legislativo, passato sotto il nome di Federalismo, è stato l’abbandono del criterio del finanziamento della spesa regionale basato sulla spesa storica, per definire la quota dei trasferimenti sulla base di un costo standard dei servizi erogati dagli Enti locali e dalla Pubblica Amministrazione,   da adottare come parametro di riferimento per l’intero territorio nazionale.
Negli ultimi anni le Regioni hanno visto aumentare, in maniera molto significativa, le proprie competenze e le proprie responsabilità su materie di forte impatto sulla cittadinanza (sanità, istruzione e attività produttive), senza tuttavia avere la possibilità di agire significativamente sulla leva fiscale. Gli amministratori locali sono sottoposti alla pressione dell’opinione dei cittadini che richiedono servizi migliori, ma la soddisfazione di questi legittimi bisogni ha contribuito ad aumentare il deficit economico dei conti pubblici, in assenza di una responsabilità diretta di chi amministra su come   ripianare i debiti.
è invece necessario che sia garantito il finanziamento della spesa decentrata, che si introducano elementi di razionalizzazione negli interventi e di riqualificazione della spesa stessa, perché si producano risparmi attraverso una recuperata efficienza della pubblica amministrazione, e che tali risparmi prodotti siano prioritariamente destinati alla riduzione della pressione fiscale che grava sulle famiglie, e sulle imprese.
Il rischio di un aumento della pressione fiscale deve essere scongiurata introducendo una previsione di un tetto massimo globale di prelievo entro il quale dovranno contenersi i diversi livelli di Governo.
Il Federalismo è una sfida che si deve accettare; non il federalismo dell’astio e della divisione, ma il federalismo della sussidiarietà e della solidarietà; il federalismo capace di accompagnare il Mezzogiorno verso una propria dimensione, in grado di valorizzare l’immenso capitale, mai sfruttato fino in fondo, dei suoi territori.
Sotto questo aspetto il federalismo fiscale dovrebbe essere interpretato come il vero strumento utile a riqualificare la spesa nel Mezzogiorno, condizionando i trasferimenti perequativi a un criterio oggettivamente verificabile e orientato all’efficienza, premiando i comportamenti virtuosi e responsabilizzando quel ceto politico e quella burocrazia meridionale che continuano a gestire i servizi pubblici in maniera inefficiente e clientelare.

Per accreditare una nuova classe dirigente è necessario che tutti coloro che si assumono il compito di rappresentare gli interessi generali dei territori e delle imprese, non si limitino a svolgere una funzione meramente rivendicativa nei confronti delle Amministrazioni locali o nazionali, ma devono attivare e rendere effettivo un confronto di sistema tra tutti i soggetti che hanno un potere anche parziale di intervento e di azione.
Se è vero che l'autoreferenzialità è stato fino ad ora un limite di troppe Istituzioni e soggetti che operano nel Mezzogiorno, tanto che la loro azione risulta scarsamente efficace in quanto non collocata all'interno di una strategia condivisa di medio periodo, l'attivazione di un dialogo e di una collaborazione costruttiva tra tutti i soggetti è la vera sfida dei prossimi anni che occorre affrontare, avendo per obiettivo quello di porre il cittadino, le famiglie e le imprese al centro delle attenzioni delle Istituzioni pubbliche e private.
Il partenariato economico e sociale deve svolgere un ruolo decisivo   nell’accompagnamento delle decisioni sui futuri assetti economici e sociali dei nostri territori meridionali, attraverso l’appropriazione di sorveglianza sociale e di sollecitazione positiva nei confronti del decisore pubblico a qualunque livello di Governo esso si collochi.
Occorre che le Organizzazioni del partenariato economico e sociale facciano lo sforzo di consolidarsi come nuova classe dirigente, abbandonando posizioni meramente rivendicative per farsi carico di indicare e contribuire a raggiungere gli obiettivi di una crescita equilibrata dei territori, nell’interesse precipuo dei cittadini che lo abitano.
I nuovi percorsi di rilancio dell’economia, infatti, non posso prescindere dal presupposto che qualsiasi scelta venga fatta, si rende necessario tenere insieme la salvaguardia dell’ambiente, della salute dei cittadini e del miglioramento della qualità della vita: devono essere compiute scelte razionali, che non diano spazio a strumentalizzazioni e ricatti e che incidano sul contrasto alla povertà per restringere le aree di bisogno. Una nuova classe dirigente responsabile non può esimersi dal farsi carico di presidiare questi temi.

Abbiamo già detto che un nuovo collante tra le regioni del Sud può scaturire da una rete di infrastrutture che unisca il Sud con il resto dell’Italia e dell’Europa.
Sia per le attività economiche che per le condizioni di vita dei cittadini, infatti, è assolutamente improcrastinabile concentrarsi sul recupero del gap con il resto del Paese per quanto attiene i sistemi portuali e aeroportuali, le ferrovie, (sia per il trasporto delle merci che dei passeggeri in entrata ed in uscita dai territori meridionali), sulla dotazione e l’efficienza delle infrastrutture idriche e di quelle inerenti il trattamento dei rifiuti. Altrettanto indispensabile è un’attenzione specifica alle infrastrutture finalizzate alla riqualificazione delle aree urbane, con particolare attenzione alle periferie, al fine di accrescere la qualità di vita dei cittadini e lo sviluppo delle imprese ivi insediate.      
Dare soluzioni a tutte queste criticità metterebbe le nostre regioni, ed in primo luogo il nostro sistema imprenditoriale, nelle condizioni di competere meglio sui mercati concorrenziali: il tema delle dotazioni infrastrutturali di cui le Regioni del Sud possono disporre è cruciale e decisivo per il loro sviluppo.
Un discorso a parte merita l’argomento delle politiche di riequilibrio territoriale che, al di là delle polemiche fiorite intorno al federalismo fiscale, devono comunque essere ripensate a favore del Mezzogiorno con una maggiore incisività rispetto al passato, anche da parte dello Stato centrale.
Tali politiche devono rientrare in un più generale disegno di crescita economica per lo sviluppo del nostro Paese di cui finalmente si torna a parlare come unica strada per uscire dall’attuale fase di crisi economica.
In tal senso noi riteniamo che la fiscalità di vantaggio, concepita come meccanismo transitorio e perequativo dei diversi gap territoriali che dividono il Paese, possa essere un valido strumento di politica per la competitività, in grado di rilanciare l’economia ed attrarre gli investimenti.

Quando pensiamo a quello che può contribuire allo sviluppo del Mezzogiorno non dobbiamo pensare solo a nuovi prodotti o a tecnologie innovative, ma dobbiamo anche rivalutare il ruolo che in questa direzione possono assumere le relazioni tra i popoli e le reti d’interscambio. Il Mediterraneo diventa, allora, l’orizzonte naturale delle regioni del Sud Italia.
Da questo punto di vista, infatti, il Meridione può realisticamente giocare un ruolo di primissimo piano anche nelle dinamiche europee che disegnano i flussi della nuova economia e che nel recente passato hanno effettuato la scelta di privilegiare una maggiore integrazione con i Paesi dell’Est Europeo.
Il Sud, cambiando prospettiva, può giocare un ruolo formidabile di baricentro sistemico rispetto alle politiche d’integrazione tra l’Europa e il bacino medio-orientale e del Nord Africa.
Dopo quasi un ventennio in cui la Comunità Europea ha svolto un ruolo di equilibratore sociale nei Paesi ex comunisti collocati ai suoi confini orientali, favorendone l'adesione e lo sviluppo socio-economico, si deve registrare una crescente attenzione verso il Medio Oriente e il Nord Africa.
Il Mediterraneo non può essere considerato solo una separazione, in quanto da sempre esso costituisce una barriera debole nei confronti di chi intende approdare sulle nostre coste, ma deve essere, piuttosto, inteso come un elemento che unisce.
Dobbiamo farci carico dell’anelito al miglioramento delle proprie condizioni di vita da parte dei popoli delle nazioni più povere che si affacciano sul nostro mare, non solo investendo meglio nell’accoglienza in quanto consapevole del contributo alla crescita del nostro Paese che esse apportano, ma soprattutto promuovendo in quei Paesi uno sviluppo economico equilibrato e duraturo, lo stesso che auspichiamo per il nostro Sud.   
In tutto il Mediterraneo, infetti, è possibile favorire un interscambio sul piano del turismo che accolga fruitori da tutto il mondo, ma anche perché è possibile attivare nuove sinergie positive con i popoli ed i Paesi del Mediterraneo possono si possono attivare percorsi di legalità da esportare, a condizione di farsi carico dei problemi di quelle popolazioni.

Analogamente, il nostro territorio necessita di importanti interventi di riqualificazione per valorizzare quelle positività di cui è ricco.
Se vogliamo essere attrattori di turismo internazionale non possiamo lasciar decadere il nostro patrimonio ambientale e monumentale per incuria e mancata manutenzione. Questo è un terreno nel quale, ad esempio, è possibile esercitare la fantasia, individuando interessi di soggetti privati finanziatori delle opere e sollecitando la qualificazione delle imprese del territorio nei settori dell’edilizia e dell’impiantistica per intervenire con competenza su questo segmento di attività.
Ma anche il fronte dell’export, che presenta dei margini di sviluppo interessantissimi per le imprese del Sud, le tematiche connesse all’impiego delle energie rinnovabili e del risparmio energetico, il sostegno a meccanismi virtuosi di stimolo della ricerca e dell’innovazione, attraverso un incontro felice tra mondo accademico e tessuto imprenditoriali disposti a coinvestire per il futuro del nostro territorio, possono costituire altrettante priorità di intervento per il Mezzogiorno, ma anche per l’Italia in crisi.
Sul fronte dell’innovazione e della ricerca, occorre passare dagli slogans ai fatti. Se la crescita è la strada per uscire dalla crisi, l’innovazione è fondamentale; in Italia è un fiorire di nuove imprese tecnologiche nei settori più avanzati: dobbiamo rafforzarle e costruire intorno ad esse un sistema istituzionale e finanziario che le aiuti a crescere ed affermarsi sui mercati mondiali, facendo perno sul brand di indiscusso richiamo costituito dal nostro made in Italy.   
Ma il cambiamento di modello di sviluppo, per essere efficace, deve ancorarsi ad elementi solidi che consentano il suo sviluppo duraturo: occorre partire dalle specificità che il tessuto produttivo meridionale esprime per percorrere la strada breve di una sua qualificazione e di un suo ulteriore radicamento, a partire dalla valorizzazione dei mestieri artigiani che sopravvivono come tesoro latente che deve essere preservato dall’estinzione.
Le peculiarità produttive meridionali che in questi anni hanno fatto fronte agli attacchi sui mercati internazionali da parte dei Paesi emergenti attraverso un processo silenzioso ma efficace di crescente qualificazione delle produzioni, devono essere rafforzate attraverso la creazione di un contesto che accompagni gli sforzi imprenditoriali, dando vita a forme di più stretta collaborazione tra tutti i soggetti del territorio disponibili al coinvolgimento.
Porsi come obiettivo la rivitalizzazione del territorio significa creare le condizioni di “contesto” affinché un’impresa possa localizzarsi in una determinata area geografica, processo decisionale quest’ultimo che   dipende sempre più dalle economie esterne che esso offre, cioè dall’insieme dei beni collettivi materiali e immateriali che anche indirettamente ne favoriscono l’economia.
La questione meridionale va, in definitiva, ricollocata (senza annullarla) all’interno di una visione sistemica che ripensa il ruolo complessivo del Paese rispetto alle dinamiche economiche globali, laddove il Meridione deve poter giocare un ruolo di catalizzatore e promotore di risorse materiali e immateriali, non rinunciando ad una possibile dimensione territoriale verso cui indirizzare il proprio sviluppo.
è necessario, dunque, assicurare, prioritariamente, un forte impegno nazionali, in coordinamento con le Regioni, sulle politiche di infrastrutturazione, materiali e immateriali, intese sia come grandi arterie di comunicazione che come infrastrutture di contesto funzionali allo sviluppo dell’imprenditoria diffusa.
Le antiche debolezze strutturali del tessuto economico meridionale si sono sommate alla situazione congiunturale, aggravando radicalmente la situazione, mentre sull’economia meridionale gravano gli ulteriori fattori tipici come l’elevata incidenza del lavoro irregolare e della criminalità organizzata, fenomeno, per altro, in estensione anche nel resto d’Italia. Ciò finisce inevitabilmente col penalizzare la libertà di iniziativa economica e lo sviluppo.
Lo sviluppo del Mezzogiorno ed il riequilibrio del divario territoriale tra le varie aree del Paese è il presupposto per costruire il futuro dei nostri territori.
L’auspicio è che si possa veramente inaugurare una fase di profondo cambiamento, sotto la parola d’ordine “diamoci buona politica e ci sarà sviluppo economico!”: a condizione che riesca ad emergere una classe dirigente migliore che metta il bene comune dei nostri territori al centro della propria azione.
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