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  Etica e lavoro per uscire dalla crisi

Data di pubblicazione: Lunedì, 2 Luglio 2012

FORUM REGIONALI / Forum Friuli Venezia Giulia :: Etica e lavoro per uscire dalla crisi

L'obiettivo del Forum regionale è dare visibilità non a persone o associazioni, bensì a temi ed argomenti che altrimenti non troverebbero né spazio né voce. Dare sostegno ai tentativi intelligenti e responsabili per rendere più coesa e aperta la nostra società.

Parlare oggi di etica e lavoro implica assumere una responsabilità che rischia di essere continuamente fraintesa nell'arena del discorso pubblico. A volte capita di essere sconcertati di fronte alle sfrontate semplificazioni e agli slogan che cercano di piegare i problemi del XXI secolo ad ideologie passate o, ancor peggio, a rendite di posizione particolari. Su questo punto, tuttavia, occorre essere chiari: tutte le posizioni sono rispettabili ed è anzi doveroso chiedere rispetto e la rettifica dei toni di quanti si compiacciono della cacofonia del proprio linguaggio e aizzano la piazza.

A distanza di pochi mesi dal radicale cambio della scena politica italiana, passata l'euforia per l'avvento di un governo che annovera tra i suoi membri diversi relatori del Convegno di Todi, le parti sociali e le associazioni qui oggi riunite sono rientrate ad una fase di relazioni oserei dire “normali”, in cui l'oggetto del confronto è saldamente ancorato nella realtà urgente del Paese. Occorre perciò, da parte davvero di tutti, un ulteriore salto di qualità, che impone l'allontanarsi da ogni residua forma di commistione tra interlocutori, sia a livello nazionale che regionale. La fiducia nelle istituzioni, scossa, ancor più che dai quotidiani scandali, dal baratro di inefficienze e favoritismi che hanno infiacchito e impoverito le risorse del nostro Paese, può essere riguadagnata solamente dal concorso di due fattori: da una parte, l'assunzione di comuni responsabilità da parte di chi deve attuare, e non solo “scrivere sulla carta”, le misure per il risanamento; dall'altro, una concreta ricaduta positiva sulle famiglie di tali provvedimenti.

Le famiglie italiane sono oggi in grave difficoltà. Non è utile enfatizzare eccessivamente: siamo abituati ad un grado di benessere diffuso per cui un certo ritorno alla frugalità può avere anche degli effetti positivi. Ma il punto è che questa, come tutte le crisi, sta allargando la forbice tra ricchi e poveri in modo tale che rischia di avere costi pesantissimi nel medio-lungo periodo. Parliamo di redditi da pensione, certamente, ma in questa sede dovremmo concentrarci soprattutto su quelli da lavoro, sia esso dipendente o dedito all'attività autonoma e imprenditoriale. Dobbiamo dire chiaramente che l'aumento della pressione fiscale diretta è una misura di emergenza e che deve avere una fine. Iva al 23% e accise sui carburanti, tanto per non andar lontano, non solo hanno effetti depressivi sui consumi e appesantiscono i costi per l'impresa, ma soprattutto non possiedono un carattere progressivo e contribuiscono ad accelerare il divario tra redditi. Certo, si doveva agire subito. Ma ora è venuto il momento di pensare a un modo diverso di imporre le imposte in Italia, garantire la copertura delle informazioni su patrimoni e redditi ed accelerare le semplificazioni dei procedimenti amministrativi, che distraggono uomini e risorse dalla produzione reale.

Con tutto ciò non possiamo ignorare alcune idee e prassi pericolose che stanno prendendo sempre più piede. Alcuni pretendono che sia lecito, in nome della crisi, ignorare norme anche basilari in materia di diritti, sicurezza, contribuzione e benessere dei lavoratori, quasi fossero altre le priorità a cui sacrificare il grado di convivenza civile nel mondo del lavoro. Non possiamo giustificare, in nome delle ragioni di presunta sopravvivenza, che si estenda il nero, che si abbassi la guardia in materia infortunistica, che si facciano passi indietro nel contrasto al “mobbing”, che si rinunci a favorire la conciliazione tra tempi di lavoro e tempi delle famiglie. è una logica perversa che riporta ai primordi della foresta, alla legge del più forte che prevale sul debole. Semmai, ravvisiamo nell'indebolimento di queste conquiste le cause e i sintomi più profondi di quella crisi che vive in particolare l'Europa e il suo modello sociale.

D'altro canto è doveroso contrastare l'abuso di diritto e, al contrario, rafforzare la compartecipazione alle scelte anche impopolari, laddove necessarie. Un ragionamento come questo può suonare simile al classico “un colpo al cerchio e uno alla botte”, ma la pratica delle relazioni industriali e sindacali ha dimostrato di aver ampiamente fatto ricorso a scelte che tanto più si sono dimostrate efficaci nei risultati, quanto più si sono improntate a solidarietà e responsabilità negli scopi.

Il nostro paradigma di riferimento è l'Europa, e non potrebbe essere diversamente. Come ha efficacemente messo in evidenza Stefano Zamagni1, sempre più economisti si stanno convincendo che l'unico modo per affrontare le crescenti difficoltà dei nostri paesi sia prendere posizione ed assumere un preciso punto di osservazione ed uscendo dai “tecnicismi” dell'homo oeconomicus. Quale contraddizione con l'interpretazione “ufficiale” del nuovo Governo! Non solo Mario Monti ha espresso chiare prese di posizione su molteplici ambiti, non solo i costituzionalisti ci richiamano sulla natura eminentemente “politica” di ogni esecutivo che presenti provvedimenti all'approvazione parlamentare, ma addirittura gli economisti “scappano” da quella sorta di limbo antropologico con cui amavano proiettarsi in una sfera di “oggettività”. Ricordiamo che questa presunzione è un lascito di Chicago, di quella scuola liberista animata da fortissime pulsioni ideologiche che negli ultimi trent'anni ha definitivamente soppiantato le teorie keynesiane.

Mondo del lavoro e riflessione etica, se si illustrano a vicenda e si avvalgono degli opportuni strumenti analitici, possono dare un contributo genuino alla risoluzione delle emergenze “infinite”: la già citata crescita delle disuguaglianze, i conflitti per le risorse di base e l'attualità tragica della fame e delle malattie della povertà, la ricorrenza di crisi finanziarie di vaste proporzioni, la concentrazione dei beni comuni, acqua, aria e terra, le rendite di posizione e la resistenza alla sana competizione basata su regole certe e comuni. L'ideologia dell'autoregolazione ha dimostrato il suo disarmante fallimento e sta conducendo a squilibri ormai prossimi alla soglia di insostenibilità.

L'unico antidoto è ancora una volta quello della responsabilità, che significa anche tener conto dello scenario globale in cui si operano le scelte. Un richiamo che non risuona nuovo, dal momento che quasi mezzo secolo fa Paolo VI lo indicava nella dirompente Enciclica “Populorum progressio” (1967). La Dottrina sociale della Chiesa offre quindi gli strumenti cognitivi per comprendere che quella che noi, in Europa e in particolare in Italia, viviamo come crisi, è invece per gli altri continenti l'avvento della grande crescita e dell'uscita dalla miseria. Può sembrare paradossale, ma alcune scelte sul lavoro che per noi possono essere etiche, se cambiamo la dimensione di riferimento patiscono perdite nella loro moralità. Ciò valeva, in primo luogo, per le massicce misure protezionistiche che un tempo proteggevano le nostre produzioni nei confronti dell'allora “Terzo mondo”. Oggi queste barriere sono diventate inefficaci. Il dato più significativo è che sempre più spesso veniamo superati nell'innovazione di processi, più che dalla semplice concorrenza sui costi (del lavoro in primis, visto che il mercato delle materie prime è da tempo unificato a livello mondiale). Le multinazionali dei paesi BRIC ormai in Europa fanno solo shopping di marchi, disinteressandosi praticamente degli impianti e della maggior parte dei brevetti.

Innovazione di processi, reverse innovation. Sono termini usati abitualmente per quanto riguarda i prodotti, ma che possono illuminare anche nuovi aspetti del lavoro contemporaneo. Nei paesi emergenti i prodotti sviluppati per i mercati interni in modo da costare poco e rispondere alla domanda locale vengono riconfigurati come prodotti a basso costo per i consumatori occidentali. Si tratta dell'inversione delle strategie a cui siamo abituati, improntate alla concezione di un prodotto globale da adattare in seguito in base alle necessità2. Sono strategie improntate al soddisfacimento dei bisogni dell'intera famiglia, all'importanza data alla qualità. Non sono questi fattori vincenti a cui improntare i processi lavorativi e valorizzare le doti di adattamento, innovazione, creatività, comunitarismo, che hanno fatto la fortuna del modello d'impresa italiano? Le implicazioni di una soggettività etica di tale approccio non possono certamente sfuggire.

Dando per acquisite le richieste di alleggerimento del carico fiscale sul lavoro, e riaffermandone al contempo l'importanza per la ripresa, concentriamo ancora l'attenzione sui fattori che valorizzano anche su base etica il lavoro italiano nella competizione globale. Sottolineo lavoro italiano e non lavoro in Italia, perché una grandissima quota dei nostri lavoratori opera all'esterno del contesto produttivo nazionale mantenendo le proprie doti ed originalità: forte potenziale di Ricerca & Sviluppo, attenzione costante alla qualità, eccellenza nelle produzioni ad alto valore aggiunto, creatività della cultura di origine. La trasmissione di valori e competenze da una generazione all'altra, l'accesso al mercato del lavoro da parte dei giovani, il superamento delle inique disparità di trattamento tra lavoratori di diverse generazioni, la rifondazione dell'apprendistato, il riconoscimento del merito, sono tutti elementi fondamentali per rigenerare il lavoro in Italia e frenare l'emorragia di lavoratori qualificati e competenti fuori dall'Italia.

Allora per venirne a capo dovremmo forse rileggere un passo di Jacques Maritain, per cui il compito del cristiano «non è di fare di questo mondo stesso il regno di Dio, bensì di fare di questo mondo secondo l'ideale storico richiesto dalle diverse età, il luogo di una vita terrena pienamente umana, cioè piena certamente di debolezze ma anche piena d'amore, le cui strutture sociali abbiano come misura la giustizia, la dignità della persona umana, l'amore fraterno e che pertanto prepara l'avvento del regno di Dio in modo filiale, non servile, cioè mediante il bene che fruttifica in bene, non mediante il male che serve al bene come mediante violenza»3. «Solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede – ricorda Benedetto XVI nella “Caritas in veritate” – è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza umana e umanizzante»4.

Ed è in questo modo che la Dottrina sociale della Chiesa si offre a tutti gli uomini, non come imposizione, ma come proposta. La discriminante è tanto significativa, quanto più andiamo a leggere il recente rapporto dell'Osservatorio socio-religioso triveneto5, che offre uno sguardo di insieme sulla “rapida trasformazione” dell'identità religiosa nel nostro territorio. Richiamo all'attenzione alcuni dati. Escludendo gli immigrati, il 54% della popolazione si dichiara cattolica con o senza qualche riserva, il 30% manifesta di sentirsi cattolico “a modo suo” e il 12% si dice ateo o agnostico. I dati sono però simmetrici nelle fasce d'età giovane ed anziana e comprendono ulteriori specificazioni, ma che riflettono una rilevante analogia (senza con questo voler fare confusione) con simili indagini riguardo alla fiducia delle nuove generazioni nelle istituzioni, nella politica e nei sindacati, che secondo i più vieti ed abusati cliché vengono accusati di pensare solo agli inclusi, ai pensionati e ai garantiti. Una polemica sbagliata ma che rischia di crescere se non si interverrà sul dualismo del lavoro che penalizza soprattutto i giovani.

Affrontare con la dovuta sensibilità queste difficoltà di approccio è l'unica strada per affrontare concretamente le questioni in atto e dare un significato ad incontri come quello odierno. L'obiettivo del Forum regionale dev'essere di dare visibilità non a persone o associazioni, bensì a temi ed argomenti che altrimenti non troverebbero né spazio né voce. Dare sostegno ai tentativi intelligenti e responsabili per rendere più coesa e aperta la nostra società, promuovendo, anche nelle discussioni in corso, il diritto ad una occupazione dignitosa per tutti, dotata di tutele fondamentali, in grado di conciliare fisiologici elementi di flessibilità ma eliminando tutte le forme di precariato che colpiscono i diritti dei lavoratori, offendono la loro dignità e riducono il potere d’acquisto. Riformare il sistema degli ammortizzatori sociali, che devono essere tarati sulle nuove esigenze poste dalle trasformazioni del mercato ed essere disponibili a tutti i lavoratori. Definire un quadro di regole e garanzie, in primo luogo sul rispetto dei pagamenti e della sana concorrenza, per garantire alle imprese di svolgere la propria attività senza essere messe a repentaglio o sfruttate come “sostitutivo di credito” per i soggetti debitori più grossi, compresa la Pubblica amministrazione. Riconoscere la dignità del lavoro agricolo per la qualità della vita di tutta la popolazione e la tutela del territorio e del paesaggio. Tutelare le professionalità artigiane nel trapasso generazionale e i valori della cooperazione, per la differenziazione e la solidarietà economica.

Non è il programma di una nuova forza politica, ma l'insieme di priorità che un Paese e una Regione costitutivi d'Europa devono porsi per il benessere dei cittadini che si aspettano un futuro per sé e per i propri figli.
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